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San Massimo
BREVI CENNI DI STORIA
San Massimo è un Comune molisano, posto
su un colle alto m. 630 l.m. alle falde settentrionali del
Matese, nell’alta valle del
Biferno. Ha una popolazione di 754 abitanti, il suo
territorio amministrativo si espande per una superficie di
27,55 Kmq. e confina: a nord con il Comune di Macchiagodena,
a sud con il Comune di San Gregorio del Matese, provincia di
Caserta, ad ovest con Cantalupo nel Sannio e ad est con il
territorio di Boiano.
La Comunità di San Massimo ha origini
medioevali, risalenti, secondo alcune fonti documentarie, al
secolo XI-XII (1000-1100). Le informazioni storico-
corografiche che descrivono il paese, specie quelle del
secolo scorso, tramandano la convinzione che questo piccolo
centro rurale avesse, un tempo, il solo ed esclusivo nome Castello,
perché dominato e protetto, in tempi feudali, da una rocca
fortificata. Con queste immagini infatti lo riproducono
alcune fonti iconografiche. Analogamente, attendibili fonti
scritte confermano il carattere di luogo fortificato di
questo centro, in parte cinto da mura, nelle quali sorgevano
alcune porte. Tuttavia, per una elementare ragione di
distinzione tra i vari altri paesi della regione, al nostro Castello
venne attribuito il nome agiografico di San Massimo,
protovescovo di Nola nel III secolo d.C.. La storia
culturale di questo santo nolano proviene dal grande San
Paolino, veneratore di San Felice che, a sua volta fu
discepolo e figlio spirituale di San Massimo. La leggenda
agiografica del nostro Patrono, raccontata da San Paolino,
vuole che egli durante la persecuzione di Decio del 251
d.C., a causa della sua tarda età e delle precarie
condizioni di salute, dovesse fuggire in luoghi desolati.
Stava morendo di stenti, quando il suo discepolo San Felice
lo salvò. Il culto di San Massimo, eletto patrono del
paese, proviene dunque dall’area campano-sannitica di
Nola, Benevento e Salerno, durante l’epoca dell’invasione
longobarda dell’Italia meridionale. (Longobardia
Minore). La probabile diffusione del suo antico culto
nelle regioni del Sannio Pentro diede luogo alla fondazione
solamente nel nostro territorio, di una chiesa, a lui
intitolata. Si stanziò intorno ad essa, nei tempi remoti
dei primi secoli cristiani, forse ad opera dei Benedettini
di Montecassino o di San Vincenzo al Volturno, un gruppo di
coloni che costruirono il primo nucleo insediativo del
nostro paese, poi trasferitosi, per ragioni difensive più a
monte, nell’attuale luogo ove oggi sorge, fortificandosi
in una struttura castellare e monendosi parzialmente di
mura.
La storia civile di San Massimo in gran
parte legata, almeno originariamente a quella della
vicinissima Bojano. Fin dall’epoca sannitica, poi romana
ed infine nelle epoche delle dominazioni normanno-sveve,
Bojano ne è stata sempre il fulcro, come colonia,
gastaldato e contea. Le prime notizie che attestano l’esistenza
nell’area boianese, di un luogo già chiamato
specificatamente San Massimo risalgono al 1113 e si
riferiscono ad un nobile normanno che, considerato il suo
cognome toponomastico, De Sancto Maximo, ne sarà
stato certamente uno dei primi feudatari. Molte altre
attestazioni, del 1200-1300-1400-1500, che per brevità non
cito, danno informazioni a vario titolo, sul nostro paese.
Interessanti sono i suoi Statuti o Capitolazioni Municipali
del 1551 che posero fine a lunghissime liti tra la Comunità
ed i suoi feudatari. Con esse i cittadini di San Massimo
gettarono le basi di una propria autonomia sociale,
amministrativa ed economica. Una lunga serie di toponimi
sanmassimesi, specie quelli appartenenti alla toponomastica
così detta minore, documentano, sotto molteplici aspetti,
la storia civile, economica del paese. Basti considerare la
significativa importanza di solo tre di questi nomi: Castello,
Colle di Corte, Palazzo, tuttora vivi ed in
uso, per ottenere precisi punti di riferimento che
confermano, in una medesima area del paese, presenze
rappresentative di poteri feudali e signorili, dai quali la
povera università, così come veniva chiamata la
collettività degli abitanti, dediti particolarmente ad
attività agricolo-pastorali, cercava di affrancarsi sempre
più. Degli edifici crollati, soprattutto a causa dei due
devastanti terremoti del 1456 e del 1805, non esistono che
tracce esigue.
Così sorse e visse nell’antichità il
borgo fortificato di San Massimo castrum Sancti Maximi,
oppidum Sancti Maximi. I suoi feudatari lo tennero in
possesso vassallatico dal 1383 al 1806, et ultra,
quindi per quasi 500 anni. Tra le famiglie baronali e
marchesati che lo possedettero, vanno ricordate i Gaetani d’Aragona,
i Marchesi De Gennaro, i Principi Morra.
Negli anni del 1700-1800, San Massimo ha
vissuto una storia analoga a quella di quasi tutti i paesi
molisani, costellata dalle alterne vicende legate a
carestie, fatti di anarchia che si verificarono durante i
moti del 1799, atti di brigantaggio, preunitario e
post-unitario, che per brevità non descriviamo,
devastazione del terremoto del 1805, che distrusse quasi
tutto il paese e le sue chiese. Difficoltà economiche che
rendevano ardua la vita dei contadini, degli allevatori e
degli abitanti più poveri. Mancanza quasi totale di scuole
e di strade. Polverizzazione della proprietà terriera.
Minacce di briganti e conseguenti fatti di sangue, che
ebbero come teatro gli impervi anfratti del Matese. Manipoli
di Guardie Nazionali e di soldati del novello Esercito
Sabaudo, a caccia di ribelli. Lotte tra comuni limitrofi per
atti di sconfinamento di pascolo o per appropriazioni d’alberi
e di erbaggi di cui San Massimo ha sempre vantato un
consistente patrimonio. Una serie infinita di avvenimenti,
insomma, che sono indici rilevatori di condizioni sociali ed
economiche, non certo buone. Ciononostante, nel paese è
sempre aleggiato uno spirito di adattamento e di amor
proprio, affinato dall’animo fiero e forte di chi è
abituato alle lotte, alle sopportazioni, al coraggio di
difendere, a tutti i costi, un proprio diritto, non solo
soggettivo, ma anche e soprattutto collettivo. Nei documenti
s’intravede tutto questo, ma quel che risalta
costantemente è il sentimento civico della popolazione,
sempre intervenuta e sempre presente, nei momenti di tutela
del pubblico interesse, sia nella buona sorte che in quella
avversa, che forse era la più frequente. Moltissimo avrei
da esporre, ma il tempo limitato nonché il timore di
sconfinare in sentimentalismi mi porta soltanto a dire
quanto è vivace e significativa anche la storia di una
piccola entità come la nostra e mi induce a rinviare i
lunghi discorsi ad altra occasione.
Prima di concludere, desidero però
ricordare, con un brevissimo cenno, alcune illustri figure
di personaggi di San Massimo, che per vari motivi hanno
onorato la terra da cui provengono. In ordine di tempo essi
sono Francesco di San Massimo (1300-1357), che dalla
povera Canonica situata nella Pianura a nord del paese,
raggiunse alti gradi nella carriera ecclesiastica, dopo
essere stato chiamato ad Avignone, allora sede del Papato,
da Clemente VI come suo segretario Apostolico. Resse,
infatti, quella Cancelleria in qualità di sovrintendente
alla stesura di tutti i delicatissimi documenti redatti in
quegli anni dalla Curia papale, fin sotto Innocenzo VI e
cioè dal 1347 al 1357, anno della sua morte. Fu oggetto di
grandi onori per aver condotto questo compito in modo
egregio. Si pensi che a quel posto il Papa aveva chiamato
uno dei più grandi poeti italiani, Francesco Petrarca,
allora residente anche lui ad Avignone. Rifiutato il
Petrarca, quell’incarico fu proposto dal papa Clemente VI “al
canonico della diocesi di Boiano, Francesco di San Massimo”.
Il grande poeta gli scrisse una delle sue più belle lettere
delle Familiari.
Affinché il ricordo di questo illustre
cittadino non sia del tutto negletto e ad onore del paese
tutto, approfitto per avanzare alle competenti autorità
amministrative una rispettosa, ma doverosa proposta che
promuova la intitolazione toponomastica al suo nome, di una
via o di un qualsiasi altro luogo del paese, che credo possa
essere unanimemente condivisa dalla cittadinanza.
L’altro personaggio, degno di ricordo,
è frate Nicola di San Massimo, vissuto nel 1383. Fu
Priore del benedettino Monastero di Santa Caterina e di
quello San Pietro a Maiella di Napoli. Apparteneva all’ordine
dei Celestini, seguaci di Pietro del Morrone, Papa Celestino
V, famoso “per il gran rifiuto” di dantesca memoria.
Venne, con lettera di papa Urbano VI, da Lucca, 4 maggio
1387, nominato Amministratore Apostolico dell’antichissima
e celebre Abbazia Imperiale di Farfa. Fu poi eletto, nel
1388, Generale di quell’Ordine e sempre in quell’anno,
nominato Abate della suddetta storica Abbazia Imperiale, col
nome di Nicola III. Morì, dopo 13 anni di governo il 6
maggio 1391.
Ancora un altro ecclesiastico, nostro
concittadino, merita un ricordo. Si tratta di Frate
Martino della Croce, al secolo Antonio Farano,
nato in quel di Cerreto a San Massimo l’11 gennaio 1674 da
Francesco Farano ed Elisabetta Cossa. Per vocazione,
giovanetto, scelse la professione ecclesiastica a Carbonara,
prima di iniziare i propri studi presso il monastero di San
Francesco dei Minori Conventuali di Boiano, allora situato
dove oggi sorge l’attuale palazzo del Comune. Fu suo
maestro il dotto Tommaso Petrecca. Condotto a Napoli presso
il Duca Casamassima, Antonio Farano rilevò la sua vocazione
e scappato dalla grande città si fece Alcantarino “per
sfuggire le insidie della sua purezza” e si rifugiò
nel Convento di S. Maria Occorrevole a Piedimonte d’Alife,
dove prese i voti col nome di Frà Martino della Croce. Qui
ebbe, come altro maestro dei novizi, il Padre Ludovico di
Gesù. Percorse tutti i gradi della carriera della
Provincia, fino a diventare Padre Provinciale (1733-1736).
Sotto il suo Provincialato, morì San Giuseppe della Croce
che spirò tra le sue braccia. Ebbe grande fama presso tutti
i suoi confratelli. Martino Farano era di spirito e
carattere focoso “ma, - scrive di lui Padre Giusto della
Madre di Dio che quelli che lo conobbero da frate credevano
che fosse di temperamento mite e pacifico e non sapevano che
egli si era umiliato fino ad andare negli uffici dei laici
ad imparare la pazienza. A Foggia lo chiamavano “il morto
in piedi” perché non manifestava propositi di reazione
anche quando ciò sarebbe sembrato giusto”. Ebbe
particolare devozione per S. Agnese. Dopo aver ricevuto
tutti gli onori dell’Ordine, aumentava la sua umiltà.
Allontanatosi dalle cose del mondo si avvicinava sempre più
a Dio. Il suo più grande desiderio fu quello della morte.
Il suo motto ricorrente era quello che bisognava essere
tutti di Dio, metà del prossimo e niente di se stessi.
Morì a Napoli nel Monastero di S. Lucia al Monte la notte
del 19 dicembre 1744. La sua fu una vita di altissima
perfezione. Di lui si ricordano numerosi scritti, inviati a
sacerdoti, a religiosi e a secolari e si dice che la sua
vita parli di molti fatti miracolosi.
Ma passiamo al ricordo di un altro degno
concittadino: il pittore Raffaele Gioia. Nacque a San
Massimo nel 1757 e vi morì, assieme a due sue figlie, il 26
luglio 1805 vittima del terremoto che sconvolse il paese. I
primi rudimenti della pittura li apprese dal padre, maestro
Alessandro. Col tempo divenne artista di chiara fama e si
inserì “nella multiforme ricerca pittorica” che nel
secolo XVIII era tanto sentita nel Molise come in tutte le
altre regioni d’Italia. Si distinse, quindi, assieme ad
una folta schiera di altri pittori molisani quali Nicola
Fenico, Francesco Palombo, il Gambara, Benedetto e Pietro
Brunetti, il D’Apollonio e sopra di tutti il celebre Paolo
Gamba.
Le sue tele adornano l’altare maggiore
della Cattedrale d’Isernia, raffigurano un Cristo in atto
di dar le chiavi a S. Pietro. I due quadri laterali del coro
rappresentano rispettivamente La Donna Adultera e la Disputa
di Cristo fra i Dottori. Nei due altari laterali un quadro
rappresenta la Vergine Maria Addolorata, l’altro S.Michele
ed ancora i santi Nicandro, Marciano e Vito.
Nella Cattedrale di Boiano si possono
osservare di Raffaele Gioia due grandi tele, recentemente
restaurate, che si trovano collocate ai lati dell’altare
maggiore. Esse raffigurano Il Battesimo di un re e San
Bartolomeo Apostolo, in atteggiamento di predicazione. Sotto
la prima tela si legge: RAPH. GIOIA S.TI MAXIMI INVENIT ET
PINXIT 1793. Trovandola forse iniziata da qualche altro
artista, la completò. Nella seconda tela è chiaramente
leggibile: RAPHAEL GIOIA SANCTI MAXIMI PINXIT 1793.
Quadri di Raffaele Gioia adornano una
chiesa di Venafro ed altri suoi nove affreschi, eseguiti nel
1804, adornano la Chiesa Parrocchiale di Pettoranello e
raffigurano i più salienti episodi della vita della
Madonna. Sua è anche la grande pala, raffigurante l’Assunzione
di Maria SS. in Cielo, che sovrasta l’Altar Maggiore.
Quest’opera nel 1872 venne restaurata dal pittore francese
Jannes Vernier.
A cura dello storico Pasquale
MASELLI
… cui tanto deve questa Comunità.
San Massimo, 5 agosto 1999.
Il Sindaco
Ennio MANFREDI SELVAGGI
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